Classicismo - Intervista a Pino Dal Gal

Come e quando è avvenuto il tuo approccio al mondo della fotografia?

«Fin da giovanissimo la mia prima passione è stata  per il cinema che frequentavo con assiduità, osservando  con stupore e meraviglia, le inquadrature e le luci della fotografia oltre alla sceneggiatura. Evidentemente il cinema ha innescato in me la voglia di creare immagini e in modo del tutto naturale ho trovato nella macchina fotografica il mezzo più congeniale con cui esprimermi. Ho iniziato nel periodo del neorealismo  con racconti di tematiche sociali, ispirato dall’intensità dei film di Antonioni che rimane ancora il mio mito. Da subito ho partecipato e vinto numerosi premi e concorsi nazionali e mi sono imposto all’attenzione della critica, cito alcuni fra i molti che hanno recensito il mio lavoro: Giuseppe  Turoni, Piero Racanicchi, Antonio Arcari, Bruno Palazzi, Lietta Tornabuoni, Pierpaolo Preti, Italo Zannier Angelo Schwarz, Lanfranco Colombo - direttore della Galleria Il diaframma di Milano - Luigi Meneghelli, Licisco Magagnato - direttore del Museo di Castelvecchio a Verona - Giorgio Cortenova direttore del Museo d’Arte Moderna di Verona e Flaminio Gualdoni, direttore della Galleria Civica di Modena. Ci tengo a citare anche lo scrittore Alberto  Bevilacqua. Inoltre, durante la mia partecipazione al Festival di Arles nel ‘77, ho incontrato lo storico Helmut Gernsheim che ha voluto acquisire 40 delle mie opere per il Museo della fotografia di Austin/Texas».

Puoi gentilmente spiegarmi le tue fotografie di Alidem? 
«Come sicuramente saprai, sono un fotografo eclettico, multiforme e, per così dire, ”di pancia”: amo le sfide! Parlando in particolare delle  fotografie acquisite da Alidem, per quanto riguarda  le calle, si tratta di un lavoro b/n su pellicola. Nel titolo Soul Shapes si trova l’essenza del lavoro stesso: una ricerca di forme  che hanno la matrice della mia cifra interpretativa e che non sono  copie di “già visto”; è stato un lavoro che mi ha molto impegnato, in quanto presupponeva un confronto di alto livello: questo fiore è stato ritratto e fotografato da grandi maestri, fra cui Tina Modotti e Robert Mapplethorpe. Nelle foto del giardino rinascimentale dal titolo Lo spazio incantato  ho voluto rappresentare le antiche statue come figure, attori nel loro teatro, personaggi di una rappresentazione avvolti nelle luci e nel colore. Di questa serie uscirà prossimamente anche un libro».

Cosa significa per te “fotografia”? 
«La fotografia mi consente di rappresentare ciò che vedo e di raccontarlo: la realtà o l’astrazione, la poesia o l’emozione. I punti della mia espressione artistica contengono sempre alcuni elementi inseparabili e cioè l’aspetto emotivo, quello formale e il contenuto oltre alla tecnica».

Quale tecnica usi?
«I miei scatti provengono sia dal mondo reale, sia da quello immaginario, poiché mi esprimo con racconti ciclici e con soggetti diversi; uso molte tecniche a seconda di ciò che voglio esprimere. L’uso del b/n o del colore o degli obiettivi, è stabilito dal significato che voglio dare al racconto, alla storia. La realtà delle mie fotografie è rintracciabile nell’inquadratura, per me definitiva, e nello scatto privo di elaborazione in post produzione. Faccio uso del digitale trattandolo di fatto come fosse ancora analogico».

Per caso ti ispiri a qualche fotografo/artista del passato o della contemporaneità per realizzare i tuoi scatti?
«Nel mio lavoro di ricerca non mi ispiro a nessuno in particolare, ma naturalmente conosco la storia della fotografia a partire dai grandi autori come Edward Weston, Ansel Adams, Alfred Stiglitz, fino ad arrivare a Richard Avedon e ad Irving Peen; fra i nomi del nostro recente passato ricordo, per averli conosciuti e frequentati, Mario Giacomelli, Luigi Ghirri e altri: questo, ovviamente, ha contribuito a completare il mio bagaglio culturale».

A cosa stai lavorando al momento? Quali i progetti futuri?
«Spaziando tra vari soggetti e non avendo un codice ripetitivo, poiché non è nelle mie corde, la mia ricerca è continua e, nello stesso tempo, mi consente di sentirmi sempre sotto esame. Ho già completato quattro lavori nati per essere libri oltre, naturalmente, a non trascurare le classiche mostre. In questo periodo sto lavorando su tre progetti contemporaneamente: un primo lavoro è sulle cave di marmo abbandonate, in cui le linee, la materia, il colore ed il continuo cambiamento del luogo creano immagini molto suggestive; un secondo lavoro (che ha già un titolo, Blooming Clouds)  è  uno studio sulla metamorfosi dell’immateriale tutto da scoprire. Il terzo propone una sequenza altamente emotiva di spazi di un reclusorio dismesso, dove si avverte la presenza di entità sconosciute».