Fotografie di vita - Intervista a Linda Ferrari

Come e quando è avvenuto il tuo approccio al mondo della fotografia?

«Ho iniziato nel 2005 come producer per un fotografo pubblicitario».

Puoi gentilmente spiegarmi le tue fotografie di Alidem? Partiamo per esempio da Brooklyn
«Nel 2013 ho passato alcuni mesi a New York per frequentare l’International Center of Photography. La città, i corsi all’ICP, le mostre e gli incontri di fotografia sono stati tutti grandi fonti di ispirazione per tornare a scattare in modo spontaneo e senza pensare a un racconto esclusivamente editoriale. Brooklyn è stata la zona che ho frequentato e amato di più per il suo essere vicina al mio sguardo europeo. Mostre, eventi, incontri con autori qua prendono una forma meno istituzionale e meno irraggiungibile, come percepivo invece essere tutto quello che avveniva a Manhattan. A Brooklyn gli spazi sono più ampi e riesci a individuare meglio i soggetti per poi riuscire a ricomporli in giochi di riflessi, come se facessero parte di un’esposizione multipla».

E Bulgaria?
«Dal 2009 e per un paio d’anni ho fatto numerosi viaggi in Bulgaria. La motivazione era la realizzazione del libro Witnesses of Stone - Monumenti e architetture della Bulgaria rossa 1944-1989, edito da Ponchiroli Editori ed uscito nel settembre del 2011. Il libro si presenta come una capillare selezione dei monumenti di epoca comunista presenti ancora oggi in Bulgaria. I viaggi di mappatura del territorio avvenivano battendo ogni singola strada bulgara, anche quelle sterrate, e ci portavano fin dentro ai piccoli villaggi contadini, dove i parchi giochi hanno ancora quel sapore retrò di quando crescevo nella provincia di una piccola città italiana».

Com è nata Cheerleaders?
«Per alcuni anni ho realizzato numerosi reportage per magazine settimanali e mensili italiani. In quanto freelance, mi occupavo di individuare storie originali da proporre poi ai giornali. Un po’ per caso, mi sono imbattuta nel primo gruppo di cheerleaders di Milano. Un gruppo di ragazze energiche che venivano prevalentemente dalle zone della Brianza. Per mesi le ho seguite negli allenamenti e nelle prime performance pubbliche, mi sono nutrita del loro entusiasmo nei camerini, mi sono agitata quando le vedevo roteare in alto, ad altezze per me inconcepibili. In questo scatto sento ancora tutta l’energia di quegli allenamenti, in palestre perse nella nebbia a nord di Milano».

Lierna è quasi poetica…
«Nel 2014 sono tornata a vivere in Italia piena di idee e di progetti da realizzare. Uno di questi coinvolgeva altre due ragazze con le quali ho condiviso molti pomeriggi di sogni e futuro. Volevamo rendere Milano una città più bella riempiendola di eventi legati alla fotografia, volevamo portare l’innovazione che stavamo studiando nel web fuori nel nostro mondo reale, volevamo creare progetti in cui la fotografia entrasse in contatto con ogni persona. Una gita a Lierna (Lecco) a casa di amici di una delle due, ci ha fatto vedere e rivedere molti di quei sogni, ci ha riportate alla realtà e ricordato chi eravamo. Dopo questa foto non ci siamo più riviste».

Terminiamo con Montesilvano.
«Una Montesilvano fuori stagione, dopo 5 anni. Un amico che se ne va troppo presto e una stanza prenotata all’ultimo per un saluto che arriva tardi. Un hotel troppo grande e decadente per un viaggio non previsto, due poltroncine ferme da tutto l’inverno in una posizione incompleta: chi se n’è andato via senza rimettere a posto la sedia? In questa serie c’è tutta la malinconia di quei giorni, il senso di vuoto che lasciano le persone dopo aver riempito di costumi stesi al sole, ciabatte infradito, asciugamani bagnate lo spazio attorno a te. La vita, l’altra, continua nella linfa della pianta ricordandoci di aver pazienza, qualcun altro arriverà per sedersi su quella poltroncina lasciata fuori posto».

Cosa significa per te “fotografia”?
«Per me la fotografia è il passato più presente che abbiamo».

Quale tecnica usi?
Scatto prevalentemente in digitale con una reflex professionale. Venendo dal mondo del fotogiornalismo, in cui spesso c’è bisogno di rapidità, prediligo comunque l’impostazione a priorità di diaframma con una sottoesposizione di 1/3. Preferisco la priorità di diaframma a quella di tempo, in quanto mi interessa preservare una certa profondità di campo. Nel caso di situazioni poco illuminate e in mancanza di un cavalletto, solitamente sottoespongo anche di 2 stop e lavoro sugli iso, evitando ovviamente soluzioni troppo elevate che porterebbero solo eccessivo rumore nel file.  Per documentare la realtà prediligo gli obiettivi grandangolari ai teleobiettivi».

Per caso ti ispiri a qualche fotografo/artista del passato o della contemporaneità per realizzare i tuoi scatti?
«Nella fase iniziale del mio percorso come fotografa, studiavo i libri di Eugene Richards e Michael Ackerman. Successivamente ho iniziato a prediligere Stephen Shore, Joel Sternfeld e Joel Meyerowitz».

A cosa stai lavorando al momento? Quali i progetti futuri?
«Negli ultimi due anni mi sono dedicata a studiare il significato della fotografia nei social media. Ho condiviso gli studi che ho intrapreso direttamente online e così mi hanno cominciato ad invitare a talk ed incontri pubblici. I progetti a cui sto lavorando attualmente hanno proprio questa nuova forma: sono delle strategie di comunicazione sui social network che utilizzano la narrazione e la progettualità fotografica per raccontare la propria identità virtuale».