La fotografia nomade di Edoardo Miola

La fotografia nomade di Edoardo Miola

Fotografia: una passione da sempre?
«Sì, già a 14-15 anni avevo la mia camera oscura e in quegli anni non si fotografava che con il sistema analogico. Poi durante l’università, nonostante non abbia intrapreso degli studi specifici, ho cominciato ad approfondire l’arte della fotografia rivolgendo la mia attenzione in particolare alla composizione, allo stile e al gusto».

Per caso ci sono stati episodi o incontri decisivi per la tua affermazione professionale?
«Sì, l’incontro con due amici con cui ho condiviso l’attrazione per la fotografia e con i quali ho fondato il piccolo gruppo dei Nomadphotographers: Mauro Burzio e Davide Pianezze. Mauro - prima docente di Filosofia all’Università di Parma, poi fotogiornalista - ha pubblicato diversi libri di fotografia naturalistica, paesaggistica e sul Vodoun, mentre Davide ne ha realizzati altri sul Sud America, Cile e Mongolia. Il fatto di aver partecipato da vicino le loro “imprese” lavorative, mi ha consentito di maturare esperienza a sufficienza per intraprendere i miei primi viaggi mirati alla documentazione».

Dove ti sei recato?
«Sono stato in buona parte dell'Asia, Australia, Giappone, Sud America e nelle regioni Artiche, sono sovente in Africa Australe dove continuo a recarmi ogni anno. Inizialmente la raccolta del materiale era legata alla fotografia naturalistica e paesaggistica, ma in realtà sono sempre stato stimolato dalla curiosità e dal desiderio di cercare. Ho iniziato a viaggiare in Europa nel '70 e nel ’74 sono andato per la prima volta in Afghanistan, poi in Iran e in Nordafrica. Tuttavia, sono convinto di avere ancora tanto da scoprire, per questo continuo a muovermi ancora oggi».

Quindi a che genere di fotografia appartiene il tuo stile?
«In realtà sono contrario a relegare lo stile fotografico in un genere piuttosto che in un altro, qualcuno ha detto di me che appartengo alla straight photography e la cosa mi lusinga. La fotografia lascia infatti ampio spazio alla ricerca, tant’è vero che si potrebbe immortalare lo stesso soggetto per mesi, adattandolo ogni volta ad un genere diverso. Anche altri autori più conosciuti e importanti di me sono partiti dal reportage di guerra, per arrivare col tempo ad una fotografia più meditativa. Il lavoro di Sebastião Salgado ne è un esempio, esattamente come quello di Steve McCurry che, dal puro reportage, si è spostato progressivamente verso un’interpretazione artistica della fotografia documentaristica».

A proposito di Steve McCurry, nel suo fittissimo curriculum vitae compare anche lui….
«Sì perché qualche anno fa ho frequentato, tra i vari, un lungo workshop tenuto da McCurry a Bangkok. Mi sono sempre sentito allievo, perché credo non si smetta mai di imparare. Per intenderci, non sono di certo convinto che la mia fotografia coincida con l’assoluto! Amo confrontarmi con i colleghi, anche per ampliare la mia visione».

Con quali altri fotografi hai avuto contatti?
«Ho conosciuto e lavorato con Michael Yamashita, ho incrociato parecchie volte Gianni Berengo Gardin per lavoro nello studio di Renzo Piano, mentre ultimamente ho voluto conoscere Jacob Sobol. Apprezzo molto il lavoro di D'Agata e Michael Ackerman, soprattutto per la loro tendenza a fotografare la realtà in modo rarefatto, intimo ed astratto al tempo stesso».

Hai mai partecipato a concorsi?
«Certo. Tra i tanti, ci tengo a ricordare il Nikon Photo Contest perché una delle foto di Alidem, Communication, è arrivata seconda classificata all’edizione dello scorso anno. Considerato che a questa iniziativa hanno partecipato più di 32.000 fotografi con quasi 100.000 foto, è stato un risultato che mi ha molto gratificato».

Ce la puoi spiegare per favore?
«Communication è un’opera a cui sono particolarmente legato, perché fa parte di una piccola serie intitolata Airport, in cui sono raccolte foto rubate a diversi aeroporti mondiali da me frequentati. Sono attratto soprattutto dall’eterogeneità delle persone che animano gli aeroporti, laddove si assiste alla migrazione sempre più intensa che contraddistingue la nostra contemporaneità. Communication è nata un mattino alle tre a Doha, dove stavo transitando per un viaggio di lavoro ad Abu Dhabi. Improvvisamente mi sono trovato davanti a una scena del tutto particolare: cinque telefoni pubblici, al di sotto dei quali vi erano altrettante persone intente a ricaricare il cellulare e/o a lavorare al computer».

Cosa ne pensi della comunicazione al giorno d’oggi?
«La comunicazione oggi è diventata talmente capillare da arrivare ad accorciare le distanze in maniera sbalorditiva. D’altro canto però, la comunicazione comporta anche una dissociazione dalla realtà, poiché è diventata talmente veloce e facile da precluderci la visuale sul mondo circostante. Cosa, chi abbiamo vicino? Alle volte rischiamo di non accorgercene neanche».   
 
Quindi qual è il ruolo del fotografo secondo te?
«Io mi trovo nella posizione opposta, ossia mi trovo a vestire i panni di colui che racconta, ma - appunto per questo e a differenza degli altri - non posso permettermi distrazioni che potrebbero portarmi a perdere alcuni scatti particolari. Il fotografo, di fronte a determinate scene, è come se diventasse un osservatore invisibile del mondo che penetra per mezzo della sua macchina fotografica».

E invece Domherre?
«Innanzitutto devo dire che non mi aspettavo suscitasse così tanto successo di pubblico! La cosa mi ha sorpreso positivamente. Domherre è stata scattata dal mio “hyde” (nascondiglio) in Lapponia svedese, sono uccelli abbastanza comuni che annunciano l’inizio dell’inverno, un po’ come i nostri pettirossi. Per realizzare questo genere di fotografia, non è detto che si debba andare “a caccia” di animali come molti pensano: fotografia naturalistica significa infatti appostamento, ricerca e studio, quindi è difficile che uno scatto capiti per caso».

Cioè?
«Ciò significa che questa fotografia è stata scattata da una finestra nascosta davanti a dei rami, la cui posizione è stata studiata appositamente per attrarli. Appena si sono posati due maschi e una femmina sull’albero, ho pensato fosse il momento giusto per scattare. Questa foto, oltre a raccontare una piccola storia curiosa, è stata ottenuta con una sfocatura che contribuisce a differenziarla da tante altre foto documentarie. Tra l’altro, nonostante la premeditazione dello scatto, Domherre presenta gli animali in tutta la loro spontaneità e naturalezza».

Invece le altre tre fotografie dove sono state scattate?
«Threeelephant è stata scattata nel 2009 nell’Addo National Park in Sudafrica, Rhino nel 2010 nel Kruger National Park sudafricano e The Lookout nel 2011 sempre nella zona di Punda Maria nel Kruger. Nel primo caso sono stato attratto da una famiglia di elefanti mentre si stavano abbeverando: sono stato quasi tre ore appostato fino a che sono riuscito a coglierli in una posizione interessante; invece non è stato semplice immortalare tutte le giraffe di The Lookout, perché generalmente in abbeverata una è sempre intenta a fare la guardia per evitare eventuali agguati di predatori. Rhino invece è una foto molto essenziale che raffigura l’animale in una sorta di ritratto».

A cosa stai lavorando al momento?
«Attualmente sto lavorando a diversi progetti, di cui uno sulla desertificazione, che presenterò al Mia Fair 2015 di Milano. Ho appena ultimato il libro Mustang, un destino di frontiera che raccoglie le immagini scattate in questo sperduto Regno del Nepal al confine con la Cina. Il libro rappresenta la prosecuzione di un lavoro già avviato due anni fa e presentato durante una mostra. Infine, al momento mi sto dedicando ad un nuovo progetto sul paesaggio artico che avrà per protagonista la Lapponia Svedese».