L’arte della pubblicità. Intervista a Giovanni Villa


Quando è cominciata la tua avventura nel mondo della fotografia?
«Nel ’98 ho frequentato a Bologna un corso di fotografia biennale tenuto da Luciano Nicolini, un fotografo professionista. La scuola si chiamava Ikonos. Poi, siccome il mio interesse si stava spostando via via verso la moda, ho deciso di seguire un corso specifico alla John Kaverdash, una scuola molto nota di Milano».

Poi com’è proseguita la tua formazione?
«Nel 2000 sono diventato assistente di Gianpiero Casadei, un validissimo fotografo di Bologna che tuttora si occupa di fotografia digitale industriale. Questa esperienza mi ha consentito sia di conoscere diversi grandi nomi della fotografia di moda, sia di collaborare con alcuni di loro: tra i tanti, ricordo Jerard Ransigna di Parigi, Giovanni Cavassi, Graziano Ferrari (Einaudi sfilate) e Luca Castelli. Poi nel 2004 è nato Publicity in action, un progetto di fotografia artistica che ho sviluppato tra un viaggio e l’altro».

A questo progetto appartengono anche gli scatti di Alidem, è vero?
«Sì, esatto. Le fotografie di Alidem raffigurano frammenti di cartelloni pubblicitari, in cui mi sono imbattuto durante le mie trasferte in varie città italiane e straniere tra il 2004 e oggi. Si tratta per lo più di poster pubblicitari affissi ai muri e rovinati dalle intemperie, ai quali tento di restituire un’anima e quindi una vita.
Per mezzo del mio obiettivo cerco anche di trasformare questi elementi urbani da statici a dinamici, giocando soprattutto sul taglio dell’inquadratura, sulla luce e sulla materia. Il mio scopo è cogliere il fascino dei piccoli dettagli che spesso passano inosservati, a causa dell’eccessiva frenesia della vita quotidiana.
Nonostante Publicity in action sia ancora in fase di sviluppo, oggi credo di aver messo a punto una tecnica migliore rispetto al passato: i soggetti sono più vari e decisamente più particolari».

C’è molta postproduzione?
«Mi limito a fotografare i cartelloni così come si presentano, non manipolo niente. L’unica strategia che adopero consiste nel rimanere un po’ più abbondante nell’inquadratura per non precludermi la possibilità di tagliare in seguito ciò che ritengo ecceda a livello compositivo. Di solito corredo le mie fotografie - ma non per Alidem - con una sorta di cornice sottilissima nera che rende piuttosto riconoscibili le mie immagini rispetto a quelle degli altri fotografi».

Che progetti hai per il futuro?
«Al momento sto lavorando a diversi progetti che riguardano per lo più mostre in ambito galleristico e museale, di cui però preferirei dare notizia prossimamente».