Le cose di tutti i giorni - Intervista a Cesare Di Liborio

Come e quando è avvenuto il tuo approccio al mondo della fotografia?
«Ho iniziato a maneggiare una macchina fotografica intorno ai 18 anni, facendo prevalentemente fotografie di viaggio e a colori. Nel proseguo del mio percorso ho incontrato diverse persone che sono risultate fondamentali per la mia formazione. A 23 anni ho conosciuto un fotografo di guerra che mi ha aperto al bianco e nero, poi negli anni ’90 ho conosciuto Vasco Ascolini che mi ha fatto comprendere il mondo della fotografia professionale. Negli anni seguenti ho avuto la fortuna di frequentare persone come Italo Zannier, Nino Migliori, Michéle Moutashar, Jacques Le Goff, Xavier Canonne e tanti altri che hanno contribuito in modo fondamentale alla mia crescita professionale».

Puoi gentilmente spiegarmi le tue fotografie di Alidem? 
«Le foto di Alidem si rifanno a due progetti differenti. Le fotografie di Pompei fanno parte di una serie di 45 immagini scattate nel sito archeologico, il cui filo conduttore è rappresentato dalla memoria, ovvero da quella ricchezza che, se non salvaguardata, andrebbe perduta. In una di quelle opere compaiono delle colonne che ho sempre inteso come “segno” affascinante lasciato dallo scorrere inesorabile della storia; le colonne per me sono simbolo del limite tra conosciuto e sconosciuto, tra reale e irreale, o tra la vita e la morte, ma di questo ne parleremo un’altra volta…»  

Invece le altre due?
«Le altre due opere fanno parte di una serie che ho iniziato a fare diversi anni fa. Ad un certo punto della mia vita mi sono accorto che correvo talmente tanto che non mi rendevo conto di quello che mi circondava, non riuscivo più ad assaporare la bellezza delle piccole cose. Ho deciso di fermarmi ed osservare più col cuore che con gli occhi e così è nato un progetto fotografico ambientato all’interno di abitazioni in cui ho cercato di cogliere il quotidiano, le cose di tutti i giorni che la frenesia non ci permette più di “vivere”». 
 
Cosa significa per te “fotografia”? 
«Sarà forse banale, ma per me la fotografia è lo strumento per comunicare agli altri ciò che sente il mio cuore. Tutti i miei progetti nascono da un mio stato interiore e molto nasce dal fatto che non accetto lo scorrere del tempo».

Di quale tecnica ti avvali?
«Lavoro in analogico bianco e nero. Eseguo tutto io per avere il controllo totale della situazione, mi occupo dallo sviluppo del negativo alla stampa finale. Per la stampa prediligo l’alta gamma che ottengo utilizzando più di un filtro durante l’esposizione. Anche questo è il risultato di un felice incontro: all’inizio degli anni 2000 ho avuto la fortuna di conoscere il fotografo francese Christian Breton, grandissimo stampatore, allievo di Pierre Gasmann, nonchè stampatore di Robert Capa. Ho appreso la sua tecnica e questo mi ha cambiato la vita».

Per caso ti ispiri a qualche fotografo/artista del passato o della contemporaneità per realizzare i tuoi scatti?
«Penso che dagli altri ci sia sempre da imparare, soprattutto dai grandi maestri. Ci sono molti fotografi che mi hanno ispirato, vorrei dire Ansel Adams e Edward Weston per la tecnica sopraffina, ma essendo emiliano, per i contenuti, non posso non citare Luigi Ghirri e Willy Ronis che ho avuto la fortuna di conoscere durante la mia mostra al Musée Reattù ad Arles nel 2000. Potrei continuare con un’infinità di nomi, ma preferisco fermarmi qui».

A cosa stai lavorando al momento? Quali i progetti futuri?
«In questo preciso momento sto realizzando una serie di ritratti in grande formato a giovani agricoltori. Si tratta di un progetto fotografico che sto portando avanti da oltre un anno, allo scopo di documentare il ritorno dei giovani alla terra: una scelta di vita impegnativa e non semplice. Per quanto riguarda i progetti futuri, ne ho diversi, posso dirti che ho un notes dove li annoto e ne ho talmente tanti che non so quando mai riuscirò a realizzarli. Un passo alla volta, anche se il tempo scorre…»