Metamorfosi - Intervista a Eleonora Manca

Come e quando ti sei avvicinata al mondo della fotografia?

«Il mio percorso artistico è nato con il disegno e la pittura, poi mi sono dedicata alla poesia visiva utilizzando la carta giapponese. Considero l'immagine e la parola icone (non le scindo), ma c'è stato un momento in cui mi sono sentita frustrata dalla parola, come se non bastasse a restituire l'ordine di ciò che volevo comunicare. Ritornare all'archetipo, all'immagine mi è stato del tutto naturale. Utilizzavo già la fotografia in alcuni dei miei lavori di pittura e poesia visiva, quindi ho scelto di “estrapolare” la foto e di lavorare solo su quel tipo di immagine (fatta eccezione per la parallela ricerca con il video: immagine statica e immagine in movimento). Comunque ragiono sempre in termini di movimento. Quello che nasce dalle mie foto è quasi sempre una micro-narrazione, una specie di bobina che si dipana mediante la reiterazione di un gesto vissuto e “fermato” nel suo far-si, per questo ogni titolo rimanda a un numero seriale; se, ad esempio, al titolo segue il numero “XXX”, significa che quello è il trentesimo scatto di una sessione. Si tratta di essere contemporaneamente pensiero, carne, immagine e luogo dell'opera d'arte».

Cosa significa per te “fotografia”?

«Significa una delle infinite possibilità per produrre immagini. Non mi considero una fotografa, ma un'artista (benché anche questo termine mi stia stretto, ma lo utilizzo per semplificare) che ha scelto di utilizzare la fotografia (e il video) come strumento atto a comunicare la propria ricerca sulla metamorfosi, la memoria del corpo e la memoria attraverso lo studio del gesto e del corpo. Della fotografia mi interessa la sua possibilità di essere documento, quindi per certi versi un qualcosa di molto intimo e per altri totalmente impersonale. Parafrasando Roland Barthes la fotografia è “falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo”. Per quanto mi riguarda è una co-presenza che uso come strumento per studiare ogni possibile fenomenologia della rappresentazione, dacché considero l'uso del bianco e nero rappresentazione del reale. La fotografia, di per sé, è qualcosa di morto; l'arresto di qualcosa che si vuol implacabilmente tenere in vita, che si vuol mendace vessillo incontrastato della memoria. Un corpo consegnato alla fotografia è sì un documento che narra il manifesto, l'immagine, ma al contempo è fenomenologia d'una semantica di morte perché, di fatto, quel corpo “rapito” non è già più quel corpo (e con corpo intendo ogni possibile “materia”), semplicemente perché impossibilitato ad accadere due volte. Malgrado la fotografia continui ad essere considerata surrogato del ricordo, essa di per sé può lasciare solo una confusa impronta oculare indirizzata all'oblio. Cosa vediamo veramente del corpo-immagine in una foto? Questa è una delle domande che ho sempre presente quando lavoro, ma alla quale non ho ancora dato una risposta definitiva. E che probabilmente non voglio trovare».

Perché insisti sul concetto di metamorfosi?

«La metamorfosi, la memoria e la memoria del corpo costituiscono la materia del mio lavoro e della mia ricerca. Il corpo in ogni sua metamorfosi, nell'accettazione del dolore che ogni muta esige, richiede; prendendo coscienza del tempo e dello spazio necessari a “cambiar pelle”, a dare avvio agli inevitabili mutamenti dovuti alla benedizione d'ogni cicatrice. Il pensiero comunica con il corpo e scrive su di esso le proprie emozioni recuperando incessantemente i contenuti della memoria. Ogni corpo è memoria ed essa si stratifica a tal punto che ogni nostro atto è inevitabilmente legato ai ricordi che il pensiero cosciente tende ad annullare, ma che sostano inattaccabili nel corpo. Laddove la mente opera secondo azioni di conoscenza e di rimozione, il corpo non dimentica nulla e mantiene nelle proprie cellule ogni avvenimento, ogni pensiero, ogni sguardo, ogni parola. L’idioma del corpo è dunque l’inesplicabile linguaggio della memoria.“Uscire con il proprio corpo” (parafrasando Antonin Artaud), come se la pelle fosse stoffa, riconoscere l'impossibilità di poter abitare completamente l'involucro che ci rende manifesti è già di per sé acquisizione del potere implicito in ogni corpo. Il corpo, spesso nudo, fa sì che si dipani la questione che lo riguarda, è in perenne interrogazione (per se stesso e per chi lo guarda) e per questo totalmente scevro da ogni logica precostituita. Non si spoglia un corpo della sua pelle e quindi, di fatto, un corpo nudo dichiara che non ha altro da togliersi. È la possibile verità, la schiettezza che si dà e si trova. Porta in sé la mimesis ontologica. Il nudo non è l'aspetto di un “fenomeno”, di un “apparire” perché non è nient'altro che sé, il suo stesso indizio. Il nudo, questo nudo, non trasgredisce niente, non imbarazza, non intende compiacere. Basta a sé. Il corpo nudo è – semplificando – il “che”. Un altro discorso è il “come”. Il “corpo-che” è ciò che a me interessa. In ragione di questo i miei lavori narrano della possibilità di restituire la “sensazione” di ciò che in noi si rinnova mediante una continua stratificazione della memoria e mediante un corpo che agisce, pensa, soffre, partecipa, gioisce (e tutto lo spettro possibile delle emozioni)».

Ci puoi spiegare le fotografie di Alidem per favore?

«Per quanto riguarda Anamorphosis_XXVIII, il titolo prende avvio dall'etimologia del termine che significa “formare di nuovo”. É dunque un lavoro sulla metamorfosi e sulla tendenza insita in essa di generare forme più complesse; nuovi e graduali segmenti d'ogni possibile corpo. Ephemeral_III ed Ephemeral_XX fanno parte di una serie che sottolinea, mediante la simbologia di quanto tutto al fine sia effimero,  la presa di coscienza necessaria al muta-re e al dare avvio alla trasformazione. Invece Esercizio di muta n.8 tratta la memoria del corpo e di come e quanto il linguaggio del corpo sia il linguaggio della memoria. Madre_XXIX presuppone una doppia lettura del titolo: il termine si riferisce infatti alla donna che ha generato figli e all’”interno”: così, ad esempio, è chiamata la parte interna del cuscino, il fondo che si deposita nella bottiglia di aceto, l'interno del nocciolo di certi frutti; volevo rendere evidente la percezione fisica del distacco del neonato dalla madre. Infine, Memory of a Metamorphosis_ex voto_XXV è il ricordo di un cambiamento personale, di cui porto ancora “cicatrici” come ex voto e memento».

Con quale tecnica sono state realizzate?

«Sono tutti autoscatti digitali. La luce è esclusivamente naturale, proveniente – in genere – da due finestre che creano tagli particolari a seconda dell'ora del giorno. Non utilizzo mai set, luci artificiali. I miei lavori nascondono una specie di cortocircuito: la me-di-quel-momento non appare quasi mai in maniera pienamente visibile. Si crea, quindi, un corpo spesso frammentato, che non smette di dissolversi. Le inquadrature sono quindi funzionali alla restituzione di un gesto o di una porzione del corpo che non parla solo di una certa individualità, ma che comunica anche un linguaggio autonomo nel quale ogni astante possa riconoscere il proprio. L'uso del bianco e nero e delle gradazioni dei grigi – oltre che essere precisa scelta estetica, come ho già avuto modo di sottolineare – intende insistere sui possibili accordi tra significato e significante: non coincido quasi mai con la mia immagine “reale”. Quando scelgo di utilizzare textures, uso trame di stoffe, muri, biancheria appartenuta alle donne della mia famiglia e che costituiscono un'ulteriore “dote” mnemonica».

C’è per caso qualche fotografo o artista da cui trai ispirazione per la creazione delle tue opere fotografiche?

«Sono costantemente sul crinale fra chi mi ha preceduta e chi fa arte nel mio contemporaneo. Non ho punti di riferimento ben definiti, tendenzialmente traggo ispirazione da tutto ciò che mi attraversa. Non posso però prescindere dallo studio costante, dal ricercare sempre il punto zero di ogni atto che riesca, poi, a restituire con il lavoro sul e con il mio corpo. Esistono artisti che considero “maestri muti” e che ritrovo in molte discipline: Carmelo Bene, Antonin Artaud, la biomeccanica di Mejerchol'd, il teatro danza, la videoarte, il cinema sperimentale di Maya Deren, il movimento Fluxus, la pittura di Egon Schiele e di Francis Bacon. E ancora i lavori di Eleanor Antin, Gina Pane, Carolee Schneemann, Mary Kelly, Ana Mendieta. Fotografi che in apparenza possono sembrare distanti dal mio lavoro e che invece in qualche modo – foss'anche solo per un flebile accento – l'hanno influenzato: Alfred Stieglitz, Paul Strand, il pittorialismo di Margaret Cameron, Eadweard Muybridge, Joel Peter Witkin, Robert Mapplethorpe».

A cosa ti stai dedicando al momento? Progetti futuri?

«Porto avanti la mia ricerca sulla metamorfosi, sulla memoria del corpo e sulla memoria. Ultimamente sto concentrando la mia arte su un progetto che parla di memoria nel quale convergono video, fotografie, stralci dei miei diari e documenti che riguardano il mio passato. Mi interessa decontestualizzare la fotografia come prodotto finito e quindi utilizzarla in altri modi, compenetrandola con altri media o “suggestioni”. Sto sempre più ragionando in termini installativi,  non precludendo nessuna sinergia tra forme d’arte complementari ma diverse».