Night Clubs - Intervista a Gaetano Musto

Come e quando è avvenuto il tuo approccio al mondo della fotografia?
«Credo sia avvenuto inconsapevolmente. Ho sempre usato la fotografia e altri mezzi prettamente visivi per comunicare, ma la vera “folgorazione” è avvenuta quando sono venuto a conoscenza dell’operato di Diane Arbus. Possiedo tantissime pubblicazioni che la riguardano e conosco tutte le sue fotografie. Un giorno mi piacerebbe riuscire a trasmettere dolore e gioia, oltre a distinguere il bene dal male attraverso ciò la mia visione del mondo».  

Puoi gentilmente spiegarmi le tue fotografie di Alidem?
«Il lavoro che Alidem ha selezionato fa parte di una ricerca che ho condotto per due anni a proposito dei night club di Torino. Grazie ad un amico torinese, sono riuscito ad indagare la vita di un folto numero di frequentatori di locali notturni: ragazze, barman, buttafuori, dj, autisti e addetti alle pulizie. Il mio obiettivo era cogliere la doppia identità che caratterizza queste persone, scissa tra anima “diurna” (dedita al lavoro e alle regole) e “notturna” (dedicata ai vizi e agli eccessi). Non ho fotografato i corpi delle ragazze, ma i loro momenti di pausa lavorativa e soprattutto ho tentato di rendere luminoso e colorato un ambiente notoriamente collegato all’oscurità».

Cosa significa per te “fotografia”?
«Significa pausa, raccogliere tutte le energie per poi lasciarsi andare. La fotografia non è la macchina fotografica, ma ciò che ci lascia; al fotografo spetta il compito di parlare al prossimo per raccontare gli aspetti positivi e negativi della vita. Fotografia è passare il testimone esattamente come in una staffetta».

Quale tecnica usi?
«Il mio stato d’animo è la mia unica tecnica. Quando cerco di restituire equilibrio alla mia anima, uso le mie macchine fotografiche analogiche. Quando ho voglia di realizzare still life o reportage, uso la macchina fotografica digitale. Mi piacciono i contrasti, un po’ come nel cibo…»

Per caso ti ispiri a qualche fotografo/artista del passato o della contemporaneità per realizzare i tuoi scatti?

«Amo il passato e credo sia impossibile imparare senza guardare a ciò che è stato prima, ma sono anche convinto che la storia non vada usata come mezzo per essere i primi della classe. Del passato bisogna saperne fare tesoro. L’elenco è lungo, ma se devo dichiarare alcune mie fonti d’ispirazione credo valga la pena fare i nomi di Diane Arbus, Lisette Model, Robert Frank, Richard Avedon, Ansel Adams, Robert Mapplethorpe, Henri Cartier Bresson, Mario Giacomelli e – primo su tutti - Sebastião Salgado».

A cosa stai lavorando al momento? Quali i progetti futuri?
«Al momento sto lavorando ad un paio di progetti in digitale e ad uno in analogico. Ma su quest’ultimo non voglio sbilanciarmi troppo, perché spesso divento talmente pigro che alla fine le parole prevalgono sulla concretezza».