Ritratti - Intervista ad Alessandro Pellican

Come e quando ti sei avvicinato al mondo della fotografia?

«Ho scoperto la fotografia durante i primi anni ’70, avevo circa diciott’anni. Ovviamente ancora non avevo idee chiare sul significato dello scattare fotografie, tuttavia ho capito quasi subito che si trattava del modo più diretto per rappresentare il mondo. Per me il mondo è una sorta di teatro involontario. Ho lavorato sempre da solo, sono passato dal paesaggio alla documentazione di reperti storici (sono laureato in Storia Medievale), evitando sia l’uso di modelli, sia la frequentazione di circoli fotografici. Ho anche rifiutato qualsiasi tipo di pre-impostazione concettuale o professionale. In seguito mi sono avvicinato al ritratto intraprendendo un percorso lunghissimo: prima ho puntato l’obiettivo sugli aspetti più banali della mia vita quotidiana, poi ho fotografato per due anni delle statue (per prepararmi tecnicamente), ho appreso le regole dell’uso della luce artificiale ed infine le ho abbandonate per far spazio al flash più elementare, ovvero quello che si trova sulla macchina fotografica. In definitiva credo di aver usato centinaia di rullini…»

Le tue opere sono quindi ancora in analogico?

«Assolutamente no, anzi, il passaggio dall’analogico al digitale è stato a dir poco felice per me. Ho sempre voluto tutto e subito, non sopportavo dover attendere il tempo della stampa, perciò ho optato per il sistema Polaroid che però non mi ha mai soddisfatto fino in fondo. Ora sono felicemente “digitale”, ma libero da quegli eccessi che portano ad un’estetica manipolata da software e applicazioni varie».

Puoi spiegarci per favore le opere di Alidem?

«Sono tutte opere che rientrano nella serie Ritratti. La posta in gioco ne L’inverosimile Pamela è l’efficacia dei bianchi e neri, laddove non vi è dispersione del calore umano in semplici grafismi fini a se stessi. A reggere tutto il peso compositivo è lo sguardo profondo della ragazza raffigurata. Dejan diventa il prototipo, l’essenza anacronistica di un’immagine classica in cui ogni tensione parla il linguaggio del canone formale. L’ironia della citazione non distoglie però dall’empatia verso il dolore espresso dal volto e dalla posa. Franco invece – protagonista per l’appunto di Franco Il Vincente – è prestato alla vittoria per mezzo del suo ritratto e si trova in attesa di restituire una memoria non sua. L’implicito Alberto si è autocostretto a una deformazione degli attenti, la posizione tipica dei militari. Ho cercato di descriverlo come un anarco-soldato, immobile, buffo ma allo stesso tempo risoluto. Bianca Maria invece mostra un profilo vagamente fiammingo e non sembra voler stabilire un contatto con l’osservatore».


«Effettivamente si tratta di un titolo estraniante; non intende descrivere, ma richiamare l’atmosfera surreale della fotografia come fosse un rebus da enigmistica».  

Cosa ricerchi in questi ritratti?

«Cerco di estrarre dal soggetto una nota di assoluta serietà che costituisce anche il termine ultimo di imputazione, contro il quale si infrange l’umano come limite inconoscibile. La mia attenzione non si concentra sulla verità, ma sull’intensità dei volti riscontrabile in qualsiasi occasione: nella menzogna, nella superficialità, oppure nella bontà di un atto consacrato dalla grazia di un’ispirazione. Tuttavia quei volti spesso riflettono anche parte di me, perché in ogni persona ritrovo parte della mia personalità».

Di quale tecnica ti avvali?

«Uso fotocamere di vario tipo – perché ritengo gli strumenti di ultima generazione si equivalgano - con preferenza verso quegli obiettivi che reggono bene il mio “macro”. Quanto ai punti luce, i miei ritratti richiedono spesso una sensibile trasgressione nei confronti delle regole classiche dell’illuminazione, in modo da ottenere ab origine il registro giusto e voluto. In questo senso, anche un banale flash su fondo scuro può estrarre la nota perfetta dal viso».

Progetti futuri?

«Molto probabilmente nel corso dell’anno esporrò in un bellissimo spazio di Trieste, ma per il momento non voglio sbilanciarmi troppo. In ogni caso continuerò a lavorare sui ritratti, allo scopo di approfondire ulteriormente la mia ricerca».