Savana's Dream - Intervista a Tommaso Fiscaletti

Savana's Dream - Intervista a Tommaso Fiscaletti

Quando è cominciata la tua “avventura” nel mondo della fotografia?
«Il mio approccio all’immagine è avvenuto a dieci anni, quando i miei genitori in occasione di una qualche ricorrenza hanno deciso di regalarmi una videocamera, al fine di assecondare la mia precoce passione per il cinema. Poi a diciott’anni ho ricevuto una fotocamera usata da mio zio, una vecchia Yashica, e così ho cominciato a compiere le mie prime sperimentazioni fotografiche».

Per caso hai frequentato degli studi specifici?
«In realtà sono autodidatta, nel senso che non appena mi sono scoperto “innamorato” della fotografia, ho cominciato a studiare, come continuo a fare tuttora. Avevo la necessità di imparare il mestiere sul campo, perciò ho iniziato a lavorare in uno studio di Pesaro, la mia città. Lì ho lavorato tre anni, prima come assistente poi come fotografo, occupandomi di vari generi: dal ritratto alla fotografia di scena, dalla moda allo still life. E’ stata un’esperienza molto formativa che mi ha fornito gli strumenti necessari per concretizzare le mie idee».

Come ha proseguito la tua carriera?
«In seguito mi sono trasferito a Milano, dove ho lavorato otto anni come fotografo di ritratti e paesaggi; ora invece, sono a Cape Town in Sud Africa, dove vivo da circa un anno e mezzo».

Perché ti sei trasferito proprio in Sudafrica?
«Sono sempre stato affascinato dall’Africa e mi è sembrato il luogo giusto per intraprendere un’esperienza di vita. E’ un paese emergente dotato di una natura potentissima. Nonostante la coesistenza di razze, culture e religioni diverse abbia da sempre costituito un notevole problema per il paese, credo allo stesso tempo che ne rappresenti un’affascinante peculiarità».

A che cosa ti stai dedicando al momento?
«In questo periodo mi sto concentrando su un progetto che riguarda una comunità di donne Sangomas, delle sciamane che praticano il culto degli antenati in una township (baraccopoli) di Cape Town. Sono stato introdotto in questa comunità, grazie a una giovane designer con cui ho collaborato qui».

Cos’hai imparato da loro?
«Sono rimasto molto affascinato dalle persone che ho incontrato e ho deciso di passare parecchio tempo con loro: così è nato Between Home and Wisdom, il mio ultimo progetto. Si tratta di un modo per raccontare la dualità esistente tra la vita quotidiana all’interno di una comunità e la pratica del culto, restituita per lo più per mezzo di ritratti e scene di vita particolari. Un progetto ibrido che si colloca a metà tra la fotografia documentaristica e la messa in scena, che spesso coincide con il mio metodo lavorativo. Il 7 maggio 2015 inaugurerò la mia prima mostra africana in una sede del Cape Craft and Design Institute (CCDI) che gestisce vari edifici nel cuore di Cape Town».

Veniamo alle foto di Alidem e partiamo dalla serie Savana’s Dream. Qual è il significato di questo sogno?
«E’ un sogno in cui viene meno l’ideale di bellezza che spesso associamo alla natura. E’ un lavoro parzialmente concettuale che intende sottolineare l’atteggiamento molte volte sbagliato dell’uomo nei confronti della natura. I giocattoli di legno - che raffigurano rispettivamente un bufalo, una giraffa e una zebra piegati su se stessi - diventano simboli eloquenti di ciò che sta accadendo alla natura oggi, sempre più minacciata e contaminata dalla presenza dell’uomo; nelle immagini, ho anche cercato di rendere ben visibile il movimento della mia mano per evocare il gesto semplice, ma incisivo, che spesso avviene ai danni dell’ambiente».

Interessante l’effetto della fotografia nella fotografia…
«Le fotografie sullo sfondo rappresentano quell’immaginario di bellezza della savana che tende a scomparire. Ogni immagine è incollata con dei pezzi di nastro adesivo ad un supporto che cambia tutte le volte, simbolo della precarietà e del disfacimento di qualcosa che è stato grande e maestoso. Alcune invece sono accartocciate o rotte, come se il passaggio dell’uomo avesse infranto il sogno, lasciandone solo tracce rovinose».

I giocattoli che compaiono nelle foto rimandano per caso a qualcos’altro?
«Volevo esattamente quei giocattoli, perché tuttora mi ricordano momenti della mia infanzia. Oggi non è più cosi semplice reperirli, alcuni li ho trovati in negozi dopo una lunga ricerca ed altri in rete».

E invece le altre due foto di Alidem?
«Sono immagini che fanno parte di due serie diverse, seppur riconducibili al medesimo genere. Sono entrambe frutto di viaggi e di differenti analisi del paesaggio. Essop’s store per esempio, è una foto realizzata a Cape Town. Quando ho scattato la fotografia sono stato colpito dal contesto assolutamente ambiguo, infatti di primo acchito mi è sembrato di trovarmi in una piccola località statunitense, anziché in Sudafrica. Questo perché si tratta di un tipo di paesaggio che riflette perfettamente la commistione di culture e tradizioni che caratterizzano da sempre la città».

Invece Kavos # 4?
«Kavos è una piccola località greca, vicino a Corfù, in cui vi è una vita notturna piuttosto intensa: sale giochi, discoteche e pub popolati perlopiù da inglesi in vena di far festa a suon di pinte di birra. Esattamente l’opposto rispetto al bellissimo ideale che tutti noi abbiamo della Grecia. Un contesto bizzarro, quindi interessante, che ho pensato di immortalare girovagando di notte per la cittadina».

Quanto pensi di rimanere ancora in Sudafrica?
«Non saprei, è un posto molto stimolante per i miei progetti; credo che, anche se dovessi andarmene, continuerei a tornarci ogni tanto per lavorare».