Scatti ad occhi chiusi - Intervista a Rori Palazzo

Come e quando ti sei avvicinata al mondo della fotografia?

«Credo piuttosto sia stata la fotografia a scegliere me da ragazzina; avevo quattordici anni quando ho cominciato a fotografare e da allora non ho smesso più: prima mi dilettavo in scatti di vita quotidiana, poi ho deciso di studiare per diventare una professionista del settore. Ho frequentato l’Accademia di Belle Arti in un paese vicino a Palermo e da subito ho scelto di specializzarmi in fotografia, in quanto linguaggio artistico da me preferito in assoluto. Durante il corso, la docente ci ha insegnato sia i tecnicismi legati alla fotografia, sia l’elaborazione di un progetto concettuale».

Cominciamo con la spiegazione degli scatti di Alidem e partiamo da Wunderkammer #7.

«Wunderkammer #7 fa parte di una serie fotografica omonima a cui sto ancora lavorando. Cerco di ricreare l’atmosfera dei cabinet d’amateur del ‘700, caratterizzati da un sovraffollamento di oggetto belli. Per raggiungere tale scopo, mi sono avvalsa della sovrapposizione di due scatti nello stesso negativo, al fine di restituire proprio quella sensazione di ridondanza tipica di tali ambienti. Si tratta di un lavoro più estetico che concettuale, un tributo alla bellezza e alla fotografia classica».

Suppongo che per Wunderkammer #8 valga circa lo stesso discorso…

«Esatto. In pratica cerco di creare immagini belle quanto l’oggetto che tento di astrarre per mezzo della sovrapposizione di negativi: così facendo, riesco a filtrare la realtà grazie alla mia personale interpretazione che strizza l’occhio al surreale».

In Traumnovelle #4 usi forse la stessa tecnica?

«Sì, ho usato la sovrapposizione di scatti per creare due visioni in un’unica ed il risultato è un’immagine surreale. Traumnovelle significa proprio questo in tedesco: racconto del sogno. La serie a cui appartiene questa fotografia risale al 2003 ed è stata realizzata in occasione di una mostra a cui partecipai anni fa a proposito degli animali».

Ci spieghi per favore La fôret désanchantée?

«In francese significa La foresta disincantata e appartiene ad una serie fotografica intitolata Dream che vuole essere uno strumento per analizzare il mondo onirico. Ho chiesto ad amici o a sconosciuti di scrivermi il racconto di un sogno ricorrente o significativo che poi ho tradotto in immagine, adottando l’autore dello stesso come modello. In tal modo ho offerto loro l’opportunità di rivivere il proprio sogno, fornendo anche un’interpretazione personale e non necessariamente didascalica».


Quindi La fôret désanchantée a quale sogno si riferisce?

«La ragazza che compare nella fotografia mi ha raccontato di aver sognato di camminare paurosamente verso una luce, fino ad arrivare all’incontro con persone familiari che piano piano cambiavano le fattezze sino a tramutarsi in mostri. Così ho deciso di ambientare la scena in una foresta, laddove le forme particolari dei tronchi d’albero possono essere confuse con figure malefiche visionarie. La forza di questo lavoro – come ho già accennato - risiede nell’offrire l’opportunità di rivivere un sogno e la maggior parte delle volte l’effetto suscitato è di stupore totale. In progetto c’è anche la pubblicazione di un libro che comprenderà i racconti scritti dei sogni delle persone accostati alle mie fotografie».

Passiamo all’altra Foresta

«Anche questo scatto fa parte della serie Traumnovelle. Anche qui vi è una sovrapposizione di immagini da intendere come personali visioni di un frammento di realtà interessante. Mi trovavo in un boschetto a Favignana quando ho scattato questa fotografia».

Da chi tendi a trarre ispirazione per creare le tue opere?

«Guardo molto ai fotografi e ai pittori surrealisti del passato, in particolare ai surrealisti. In fotografia traggo ispirazione soprattutto dallo stile di Man Ray e di Dora Maar – una fotografa surrealista che ho scoperto da poco – mentre in pittura la mia attenzione va per lo più al periodo classico».

A cosa ti stai dedicando al momento?

«Al momento mi sto concentrando sulla serie WunderKammer per cercare di ampliare il bagaglio di immagini di cui si costituisce».